Hackerati da Ransomware, creduloni secondo WhatsApp: il bottino siamo noi?
Noi un puntino nella rete: ci usano e ci disarmano. 

Il cyberattacco dimostra quanto la vita delle persone è legata a doppio filo a quella dei computer e dei sistemi hardware e software. Ransomware dimostra che tutti sono attaccabili, soprattutto le persone nella loro quotidianità, persino nella loro sofferenza, vedi gli ospedali britannici. E al tempo stesso ecco Facebook e WhatsApp che vengono accusate di essersi messe d'accordo: naturalmente sopra le nostre teste, naturalmente per spremerci e per usarci come numeri utili alla pubblicità. Lo permettiamo? Fino a quando?

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L'era è globale e le cifre dell'attacco-hacker sono per l'appunto globali: 99 Paesi colpiti, virus e "infezioni" per 75.000 siti, a farne le spese luoghi informatici sensibili come il sistema sanitario britannico, la rete telefonica spagnola, il ministero dell'Inteno russo.

Il biglietto da visita di Ransomware è forte e chiaro, quando vogliamo fare una azione di pirateria informatica possiamo arrivare dove, come e quando vogliamo al cuore di sacrari ritenuti inviolabili ma che in realtà sono raggiungibili.

L'attacco delle ultime ore in Europa è stato simile in tutto e per tutto a quanto accaduto di recente ai danni del sistema sanitario statunitense.

L'azione di "WannaCry" cosi come è stato definito l'hackeraggio dagli esperti, ha colpito più i computer dei server.

E' stato quindi una dimostrazione di forza, di ramificazione, di penetrazione nella quotidianità delle persone.

Il computer è nostro, fa parte delle nostre giornate, della nostra vita e la sua violazione ha una sua ritualità, una sua simbologia.

Ci mandano a dire: non siete protetti, non vi proteggono, guardate, veniamo a prendere il vostro computer e quindi anche voi in qualsiasi momento.

L'hackeraggio è stato pianificato su scala internazionale, e non c'è stato nessun antivirus che reggesse il colpo, grazie ad alcuni strumenti trafugati nel 2016 alla National Security Agency, la Nasa del web americana.

Mentre in Italia è stata messa in scacco "solo" una Università da Ransomware, bontà sua, il predatore che sa tenere in ostaggio smartphone e tablet ovunque arrivi (quando il PC non si avvia è un piccolo dramma quotidiano per tutti noi), è stata scoperta e multata in questi giorni un'altra azione, non hackeristica, ma più subdola e induttiva, che ha visto associate a nostra insaputa due realtà della quotidianità di milioni di persone.

WhatsApp e Facebook, o se preferite Facebook e WhatsApp: il "prodotto" non cambia.

Perchè 3 milioni di multa a questi due colossi associati, e soprattutto a WhatsApp?

A tutti i WhatsAppari, e chi non lo è, era arrivato nello scorso mese di Agosto 2016, quasi un anno fa, l'avviso ai naviganti:  guardate che se non condividete i vostri dati con Facebook, la pacchia finisce.

Invece la possibilità di negare la condivisione dei dati con Fb c'era e poteva essere invocata dagli utenti.

In realtà qual'era il piano: portare a Facebook altre informazioni su di noi, amici, gusti, abitudini, inclinazioni.

E la premiata ditta della banca dati Facebook-WhatsApp, stessa proprietà guarda caso, era pronta a sfruttare tutto questo a fini e scopi evidentemente ed eminentemente pubblicitari.

WhatsApp è un tesoro che riunisce e custodisce i messaggi e l'attività quotidiana di un miliardo di persone. 

Indurre questa imponente massa di persone a compiere un atto in maniera non trasparente e vagamente ingannevole, ha quindi scatenato l'Antitrust: la multa è di 3 milioni di euro.

Ecco perchè di fronte a queste insidie e a questi dati mostruosi, fa tenerezza il ritorno del caro vecchio Nokia di una volta.

Vero?

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FONTI:

Per il contenuto: Maxiattacco informatico in tutto il mondo, Ansa.it, 13 Maggio 2017.

Per l'immagine: www.we-news.com

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Articolo scritto da:

Mauro Suma, il Direttore Responsabile (leggi la sua biografia).